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Aiuto , ho un attacco di WindSurfite acuta

Che cosa stavamo pensando noi poveri windsurfisti il giorno in cui ci siamo fatti cogliere dalla passione per la tavola a vela? Cosa ci passava per la testa in quei momenti? 

 

Sicuramente di tutto fuorché la consapevolezza di stare autoinfliggendoci una penitenza di proporzioni immani. Perché il windsurf, oltre che uno sport senza eguali in quanto a sensazioni ed emozioni, è senza dubbio “una condanna”. Nel momento in cui lo incontriamo, l’impatto che ha sulla nostra vita è devastante. Nulla sarà più lo stesso. Ritmi, abitudini, rapporti subiranno modificazioni irreversibili. E così come grande è la gioia con cui esso riesce a riempire gli animi, altrettanto grandi sono gli scompensi che è in grado di produrre. Tra questi, quelli che risultano di immediata percezione per tutti sono gli stati di ansietà, inquietudine e agitazione che, insiti nella natura stessa del windsurf, il povero praticante si trova a dover affrontare e gestire per poter sopravvivere mantenendo integra la sua salute mentale e quella di chi gli sta accanto...

 

Proviamo quindi ad esaminare alcune delle più frequenti cause e relative modalità di manifestazione degli stati ansietà che colgono il malcapitato che sventuratamente si sia fatto cogliere dalla passione per la tavola a vela.

 

L’imprevedibilità del vento.

Nonostante la scienza meteorologica abbia compiuto negli ultimi anni passi da gigante (quanto tempo è passato dalla proverbiale inattendibilità delle previsioni del colonnello Bernacca, che ci costringeva a rivolgerci alla mitica tv svizzera per avere un minimo di affidabilità nel programmare le nostre successive giornate…), risulta tuttora impossibile avere la certezza della presenza di vento nei nostri spots abituali. Questo genera conseguentemente una sorta di apprensione, meglio nota come “ansia da cippa”, foriera di più o meno elevati disturbi della psiche con cui il surfista deve imparare a convivere e che frequentemente invece non riesce a dominare.

Spesso l’agitazione comincia a cogliere i surfisti il giorno precedente, nel momento in cui è necessario scegliere, almeno a grandi linee, la località di destinazione prescelta per uscire. Nella fattispecie la decisione attiene alla selezione tra le alternative lago/mare. Per noi “continentali” il mare risulta naturalmente una meta sognata. Sono così poche le volte in cui ci è dato di provare l’ebbrezza di un’uscita tra le onde che, ogni qual volta le previsioni appaiano favorevoli, c’è sempre qualcuno all’interno del gruppo che lancia la proposta di una trasferta al mare. Qui comincia un tourbillon di consultazioni e di scambi di opinioni sulla validità dell’opzione avanzata. Televideo, siti web, segreterie telefoniche delle capitanerie di porto sono presi d’assalto per cercare la conferma alle proprie intuizioni e convinzioni. Peccato che tra le varie fonti consultate non ci sia (quasi) mai omogeneità di giudizio. Ad esempio, se televideo presenta il libeccio da 6 bft, i siti web parlano di 2 bft oppure addirittura di scirocco. Se a ciò aggiungiamo la difficoltà di associare la previsioni generali di zona al punto preciso dello spot in cui abbiamo intenzione di uscire (e noi lacustri sappiamo bene come anche solo 300 metri facciano la differenza tra un peler da 5 e la “piatta totale”…), ne deriva che l’incertezza risulta comunque sempre elevata. E qui allora il dibattito assume toni anche molto concitati tra i sostenitori dell’una o dell’altra alternativa, scatenando a volte manifeste delusioni, se non profonde arrabbiature, quando l’opzione scelta risulta un’altra (acuite ulteriormente se alla fine della giornata successiva, la realtà avrà mostrato che si aveva avuto ragione…).

Ma anche una volta stabilita la destinazione “macro”, i guai non sono finiti. Perché Eolo, che probabilmente si diverte a “tirare” pazza” questa pittoresca categoria di persone, spesso e volentieri, dispettosamente non lascia che i suoi venti si dispieghino belli distesi per la gioia di tanti appassionati surfisti. Ecco allora subentrare frenesia ed angoscia, che scortano quella che un autorevole esponente del team ha definito “la solita telenovela degli spot”. Qual è il posto migliore per uscire? “A Malcesine non entra bene, è tutto di là…”. “Io arrivo dall’isoletta, anche lì è molto bucato…”. “Ragazzi, muoviamoci, oggi la cabina elettrica è lo spot giusto…”. “Mi dicono che a Limone sono fuori con le 4,7…”. “Alt, fermi tutti, anche là è finito tutto, però pare che stia entrando a Tempesta..”. Insomma, spesso anche la necessità di una simile decisione è fonte di discussione e quindi di inopinata e strisciante ansietà tra i sostenitori delle diverse alternative, mentre ognuno scruta il lago cercando di cogliere la “strategia” del vento, interpretando vari segnali quali improbabili “righe scure” all’orizzonte, il movimento delle nubi, il tragitto del sole. Alla fine ci sarà chi ha avuto ragione (e avrà surfato) e chi invece torto (e sarà rimasto all’asciutto e, peggio, avrà fatto restare “asciutti” anche gli altri). Ed ecco allora subentrare un coacervo di sentimenti: afflizione, rammarico, nervosismo, rassegnazione. Si possono manifestare tutti, come tipico itinerario che la psiche compie post “fregatura”, o singolarmente e con diverse intensità in ciascuna persona. In ogni caso per tutti è consigliabile stare alla larga: a tutto ciò non vi è rimedio e, almeno sino a che tutta la tensione non sarà stemperata, le persone con cui si entrerà in contatto si troveranno giocoforza ad interagire con esseri “assenti”, dallo sguardo angosciato e perso nel vuoto, oppure intrattabili ed irascibili, pronti ad accendersi come micce senza motivo ad ogni occasione.

 

Le vacanze.

Un'altra causa scatenante l’ansia da surfista è costituita dal processo di selezione della località in cui trascorrere le proprie vacanze. Si tratta in effetti di “un’estensione” della fattispecie sopra esposta. Le ferie sono normalmente agognate da tutti, figuriamoci dai surfisti (soprattutto di lago) che non vedono l’ora di sfruttare l’occasione per poter praticare con continuità e in condizioni da sogno il proprio sport. Essi non aspettano altro che poter “migrare” in posti più caldi, dove l’acqua è cristallina e si può uscire (finalmente) con la lycra maniche lunghe (per non scottarsi) e le braghette fiorate. E’ evidente quindi l’importanza che riveste la scelta della destinazione del viaggio. A questo scopo, con congruo anticipo, si cominciano a consultare i cataloghi dei tour operator specializzati, si tirano fuori le riviste di surf nelle quali sono descritti i report dei surf trip nei posti più sperduti, si consultano i newsgroup dei siti internet tematici, al fine di reperire e mettere sul tavolo ogni possibile informazione utile alla decisione. Inoltre si studiano minuziosamente statistiche, mappe e modelli matematici al fine di verificare il grado di probabilità di vento di ogni località nel periodo prescelto. Se si pensa di condividere il viaggio con altri amici le proposte vengono avanzate, sostenendole con argomentazioni illuminate e supportate da documentazione minuziosamente raccolta e d elaborata. Ma, come avviene per la scelta dello spot in cui uscire nel weekend, ecco che di fronte ad un ventaglio più o meno ampio di alternative, la discussione che nasce e si sviluppa, a volte viene ad assumere toni concitati. “No no, lì ci sono le onde, io voglio andare dove c’è acqua piatta per fare freestyle…”; “Sei pazzo, le onde sono troppo grandi, rischiamo di non uscire mai...”; “Là le onde arrivano mure a destra e invece io voglio surfare in condizioni mure a sinistra…”; “Tu sei fuori, lì ci sono gli squali che arrivano fino in spiaggia, non hai visto le foto sul giornale?..”; “No no, l’accomodation è troppo spartana, va bene essere radicali, ma almeno alla sera mi voglio lavare…”. Ecc. ecc. Tutto ciò senza inserire nel discorso le legittime aspettative di fidanzate e consorti, che, verosimilmente, se proprio desiderassero un trattamento esfoliante per la pelle del proprio corpo gradirebbero effettuarlo in una accogliente e confortevole beauty farm piuttosto che su una spiaggia sferzata dal vento… Insomma, alla fine anche un’occasione di svago e di ristoro rischia di diventare fonte di ansia e di contrasti. E se, dopo tutto questo fermento, il vento non dovesse rivelarsi benevolo, non oso nemmeno pensare alle conseguenze, perché tutti gli effetti già raccontati sopra si manifesterebbero all’ennesima potenza. E allora…

 

L’acquisto di nuova attrezzatura.

L’ansia da acquisto si manifesta principalmente nei neofiti e tende a calare con gli anni di pratica e l’esperienza, rimando però sempre insita, anche se in misura minore, pure tra i surfisti più scafati.

Nei nuovi adepti della disciplina l’agitazione e la frenesia si manifestano a due livelli: prima come “tensione” verso l’acquisto di materiale più performante man mano che il proprio grado di abilità progredisce e successivamente nel momento dell’acquisto vero e proprio.

Soprattutto quando si è principianti, la smania di imparare e di fra progressi è notevole. Da una parte si vivono le prime emozioni della navigazione. Dall’altra, frequentando sempre più assiduamente la scuola e “l’ambiente”, si comincia ad entrare sempre più nel mondo del windsurf e a diventarne parte. Inevitabilmente si guardano i surfisti più esperti con la comune invidia propria di chi osserva qualcuno più bravo e cominciano a manifestarsi i primi desideri di emulazione. A partire dall’utilizzo dell’attrezzatura. Ben presto infatti ci si rende conto che le tavole su cui si è imparato sono delle “chiattone” e si comincia a bramare di impiegare tavole più “piccole”. Anche perché, diciamoci la verità, entrare in acqua con la disinvoltura e sicurezza di chi brandisce tavole e vele più piccole e leggere fa tutto un altro effetto rispetto al “trascinarsi” in acqua più o meno goffamente quelle specie di portaerei che sono le tavole scuola…

Insomma dopo poco tempo il novello surfista medio comincia a smaniare di comprarsi l’attrezzatura nuova. Egli comincia a divorare avidamente tutte le riviste del settore, a consultare freneticamente i siti web di tutte le aziende produttrici e a scorrere i post di tutti i forum specifici alla ricerca di informazioni, test e consigli utili ad orientarlo nell’acquisto, metabolizzando ogni possibile indicazione utile a guidare la sua scelta. Qui, di fronte alla vastità dell’offerta, allo sprecarsi dei suggerimenti degli “amici” e alla inevitabile difformità nelle valutazioni ricevute, l’ansia attecchisce e si sviluppa rapidamente. La forma tipica che assume in questi casi è quella della “frenesia dell’acquisto”: è più saggio dare retta a persone più esperte o si può confidare nella propria capacità di superare le difficoltà? A quale tra gli innumerevoli consigli ricevuti, spesso non concordanti tra loro, dare ascolto? Tormentato da questa devastante incertezza, con il desiderio recondito di trovare soluzione all’inquietudine che lo attanaglia, il surfista asseconda il suo impulso di recarsi in un negozio di surf.

Qui, se si è fortunati, è possibile assistere da spettatori ad alcune indimenticabili rappresentazioni tragicomiche. Una volta entrato nel surf shop infatti, il nostro amico riversa sul negoziante tutte le sue ansie, i suoi dubbi e le sue aspirazioni, rivestendo inconsciamente il malcapitato (si fa per dire ovviamente) di un ruolo che nel contempo è di medico, psicologo e confessore. Ciononostante, assai frequentemente il giovane surfista manifesta comunque una certa spavalderia, derivatagli dalla “cultura” in argomento che egli ritiene di essersi formato attraverso le letture e i pareri sopra descritti. A questo punto le alternative che si aprono sono tre, a seconda della categoria a cui appartiene il negoziante.

1.      Se il negoziante è privo di scrupoli, riconosce immediatamente il pollo da spennare e, per nulla impressionato dalla sua sicumera, gli rifila l’attrezzatura più costosa spacciandogliela per ideale.

2.      Se invece il negoziante è onesto e cerca comunque il bene del suo cliente (ben consapevole del fatto che, se si ritroverà contento, tornerà a compare), nasce una strana situazione a metà tra un’operetta ed una partita a scacchi. Il venditore cerca di interagire costruttivamente con il surfista, cercando di capirne le esigenze in relazione alle sue capacità tecniche, allo scopo di vendergli l’attrezzatura più consona al suo livello. Qui si compie la tragedia (per il surfista). Questi, che era venuto più per trovare conferma alle proprie motivazioni che per ascoltare il più consapevole consiglio di un esperto (un po’ come quando si va dal medico più per sentirsi dire che la auto-diagnosi effettuata è corretta che per ascoltare il parere di una persona competente su una materia che per forza di cose non si padroneggia), vede crollare in brevi istanti tutte le proprie certezze e viene colto da un’ansia che qui diviene quasi angoscia. Mille dubbi si insinuano facendo strage delle precedenti convinzioni e gettando il povero cliente nel panico. Inizia quindi un’estenuante dibattito di fronte alla tavola appoggiata sul cavalletto, che il surfista già vedeva legata alle barre portasurf della sua autovettura. . “Questa tavola è facile?”…; “Però se è facile non è veloce..”; “Ma come va nel chop?…”; “Non ci vorrebbe un po’ meno volume? O un po’ di più?”; “Però quanto costa: non ci sarebbe qualcosa a meno?..” “Così economica non è che è troppo pesante? O troppo delicata”… Mutuando il gergo tennistico, si può dire che lo scambio di battute è estenuante e può arrivare a superare anche le due ore, comprese le pause per il “cambio campo” nel quale il surfista ripiomba nei suoi dubbi ancestrali e nelle sue inquietudini più tormentose, mentre il negoziante fa ricorso a tutta le sua arte commerciale per assecondare il suo cliente e condurlo all’acquisto, nonché a tutte le sue risorse psichiche per resistere ai prolungati e ormai oltremodo irritanti tentennamenti del soggetto. Alla fine, non è dato a sapere se questo uscirà dal negozio con o senza la tavola: quello che è certo è che sarà mentalmente distrutto da questa esperienza e che, con lo sguardo consunto, farà rientro alla propria abitazione. Mesto ed abbacchiato se a mani vuote, roso da tormentosi dubbi e perplessità se con la macchina carica…

3.      Il negoziante è del tipo della categoria precedente, solo dotato di minor resistenza psicologica. In questo caso dopo mezz’ora di “trattative”, snervato egli rifila al surfista la tavola che “inconsciamente” vuole (che è stata immediatamente individuata dallo smaliziato venditore) e sulla cui scelta cercava semplicemente il “conforto di un esperto”…

 

Nel caso di surfisti più navigati, l’ansia da acquisto assume risvolti differenti. In questa situazione il surfista ha dalla sua l’esperienza. Conosce a menadito tutta la gamma dell’offerta delle varie case produttrici e le date di uscita dei nuovi materiali. In questi casi la visita al negozio di surf si trasforma in occasione di confronto “intellettuale”. I surf shop diventano salotti nei quali i vari “radicali” sciorinano la propria filosofia e il proprio pensiero sulle diverse proposte del mercato.[Faccio una parentesi: sarà forse per questo che ormai nei negozi di surf, almeno nella mia zona, non si trova più una tavola o una vela, sostituiti da montagne di abbigliamento a prezzi allucinogeni?..] Attenti a questa evoluzione dei comportamenti del “consumatore”, i negozianti, hanno introdotto alcune aperture serali settimanali, nei quali i clienti affezionati si ritrovano dissertando su pregi e difetti delle diverse tavole o vele. Dall’infervorato sostegno alle varie convinzioni nascono gli eventuali dubbi ed apprensioni che possono cogliere chi intende rinnovare il proprio parco strumenti. Sono però normalmente manifestazioni limitate e temporanee, che trovano più rapidamente soluzione.

Ma siamo sicuri, nell’uno e nell’altro caso, che tutti i problemi si esauriscano con l’effettuazione dell’acquisto? O una volta messi in acqua tavola e vela rimorsi, inquietudini, ripensamenti non riappaiono più forti e laceranti di prima?...