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Happy WindSurf & lupi solitari

Il windsurf è uno sport solitario o di gruppo? Nella sua pratica la piena realizzazione avviene dentro noi stessi o all’interno di un gruppo? Sono domande che mi sono posto spesso durante la mia lunga carriera windsurfistica, ma a cui non ho ancora saputo dare una risposta definitiva.

 

Quando “surfo” mi trovo ad essere solo con me stesso. Anche quando siamo molti ad essere in acqua, c’è un ambito, una “zona franca” che è solo “mia”. Le sensazioni che provo quando plano o manovro sono difficilmente esprimibili a parole. Quando scivolo veloce sull’acqua percepisco un senso di libertà assoluta. Tutto ciò che è vita quotidiana scompare, offuscato ed allontanato da sensazioni di primigenia “purezza”. Recupero la compiutezza del mio Io, sento riemergere la piena integrità della mia persona. Io e la natura, in un ogni volta nuovo recupero della originalità di questo rapporto. L’acqua che mi sferza il corpo, il vento che mi accarezza la pelle, il sole che mi irradia col calore dei suoi raggi: sono sensazioni che è possibile “gustare” appieno solo in totale solitudine, quando niente e nessuno disturbano questo travaso di emozioni, questa ebbrezza assoluta che sto vivendo. E’ un po’ come quando si ascolta la musica. Ci avete mai fatto caso? Una bella canzone, un’aria, una melodia, si godono e si apprezzano molto meglio ad occhi chiusi poiché gli altri sensi non “disturbano” la percezione dei suoni che giungono al nostro orecchio e riusciamo in tal modo a cogliere sfumature e toni che altrimenti ci sarebbero sfuggiti.

 

Ma come ogni cosa bella, una parte importante del suo “sapore” sta nella condivisione. Se vogliamo bene a qualcuno è naturale l’impulso a volerlo rendere partecipe delle medesime emozioni che tanto gratificano noi. Inoltre l’uomo è per definizione un “animale sociale” e quindi di fatto raggiunge la piena realizzazione nell’ambito di una comunità. Questi fattori fanno sì che un’uscita “in solitaria”, per quanto bella ed entusiasmante, non potrà essere veramente tale senza la presenza di qualcuno caro in acqua con noi. Qualcuno con cui misurarsi, con cui “giocare”. Qualcuno con cui condividere le nostre sensazioni. Non dimenticherò mai nella mia vita una surfata fatta in Francia, al tramonto, quando, mentre tutti erano usciti dall’acqua ormai esausti, io ed uno dei miei amici più cari abbiamo passato più di un’ora a planare, a strambare, a inseguirci, a usarci reciprocamente come boa ogni volta che l’altro cadeva, mentre sullo sfondo un tiepido sole rosso si tuffava lentamente nel mare…

 

Sulla scorta di queste propensioni nascono in modo spontaneo aggregazioni di persone, unite dal comune denominatore della pratica del windsurf. Queste aggregazioni possono assumere forme diverse, più o meno strutturate o conclamate. In questa sede vorrei soffermarmi in particolare a fare qualche considerazione su due categorie: il clan e il team. Non ho aspirazioni di diventare l’Alberoni della Brianza e quindi la mia non vuole essere una sorta di “analisi sociologica” con pretesa di validità scientifica.. Quella che vi sto presentando è una mia semplice riflessione, nata dall’osservazione di comportamenti in tanti anni di pratica surfistica, nei molti luoghi che ho avuto la fortuna di poter visitare.

 

Il Clan

Il nome che ho dato a questa categoria è mutuato dalla antica organizzazione della società medioevale scozzese, perché essa presentava alcuni aspetti e caratteristiche che si possono riscontrare oggi in questa tipologia di gruppo.

Il clan nasce dall’aggregazione di persone che frequentano la medesima località surfistica, anzi, in senso più stretto, il medesimo spot. Esso assurge a elemento “governante” sul luogo in forza della consuetudine e quindi, in sostanza, dal tempo di presenza sul posto. Il clan determina di fatto le gerarchie, nonché le regole di comportamento che tutti, componenti ed “esterni”, devono rispettare.

Esso è essenzialmente “stanziale” e “chiuso”. Difficile entrare a farvi parte perché la struttura è rigida e ogni intervento esterno è osteggiato poiché visto come una minaccia all’ordine costituito. Ciò determina nei casi più “patologici” un comportamento di manifesta “ostilità” nei confronti degli altri e in quelli più lievi un’ostentata freddezza, quasi a voler mantenere una distanza tra sé e i terzi. Alcune tipiche manifestazioni di tali comportamenti che si riscontrano frequentemente sono: risposte asciutte e distaccate (se non incomplete o fuorvianti) in caso si chiedano ad esempio informazioni sullo “spot”; aria di superiorità e supponenza negli atteggiamenti; episodi di mancanza di riguardo quali non spostare la vela quando qualcuno deve passare con la macchina; occupare posti auto con la propria vela e non spostarla quando qualcuno si avvicina per parcheggiare; abbandonare l’attrezzatura nei punti di accesso all’acqua; parcheggiare in modo non rispettoso della proprietà altrui; provocare rumori molesti in orari di normale quiete in prossimità di residenze e abitazioni.

Di solito il senso di appartenenza al clan non si traduce in uno spirito di solidarietà, ma all’opposto litigi e diatribe tra i vari componenti sono molto frequenti, così come gelosie e rivalità sono molto accese.

Data la sua natura particolaristica e ristretta, normalmente il clan non trova sbocchi all’esterno della pratica del windsurf: questo è ragione e fine ultimo e al di fuori di esso il gruppo non esiste e quindi si disgrega.

Far parte di un clan non implica coinvolgimento, ma rappresenta un dato di fatto. Non c’è tensione ed impegno verso un fine comune, perché questo non esiste.

Nella mia esperienza un esempio di questa categoria è costituito da quell’insieme di persone che alcuni anni fa, attraverso l’apposizione sulle vele di grandi adesivi con la scritta “NO FRIENDS”, oltre che con i loro modi ed atteggiamenti, ostentavano pubblicamente questo loro modo di concepire il windsurf e la sua pratica.

 

Il Team

Il team nasce più dalla condivisione di uno spirito e di un ideale che dalla frequentazione del medesimo spot. L’elemento catalizzante risiede in una dimensione “spirituale” più che concreta. Diverse persone si ritrovano ad avere i medesimi approcci alle cose o situazioni, lo stesso modo di intenderle ed interpretarle, e diventano quindi un gruppo. La nascita di un team può quindi essere occasionale, ma non è mai spontanea. Essa deriva dalla precisa presa di coscienza di un ideale comune e della volontà di promuoverlo e svilupparlo.

Al contrario del clan, un team è per definizione “aperto”: chiunque ne condivida lo spirito può diventare parte di esso, indipendentemente dalla localizzazione e dalla presenza “fisica”. Anzi, l’apertura e la crescita sono un obiettivo, e sono promossi scientemente dai componenti del gruppo.

Nel team non esiste la gerarchia, ma la dimensione e l’articolazione del gruppo richiedono spesso la costituzione di un comitato allo scopo di orientare e le iniziative e le azioni.

Queste non si limitano al campo del windsurf, ma vanno oltre, diramandosi in svariati campi e traducendosi in molteplici iniziative di diversa natura. Ecco quindi che a volte il gruppo diventa comunità, un coacervo di persone legate non esclusivamente da un denominatore comune windsurfistico. L’orientamento all’apertura fa sì che i comportamenti pratici dei team mates siano, normalmente, agli antipodi rispetto a quelli del clan: cortesia, disponibilità, solidarietà, rispetto sono patrimonio dei membri di un team e trovano correntemente manifestazione pratica.

Essere parte di un team richiede passione, dedizione, coinvolgimento. La partecipazione attiva alla persecuzione degli scopi sociali è un impegno che tutti devo assumersi.

I Parassiti sono il più evidente esempio concreto di team. Non voglio profondermi qui in del tutto superflue manifestazioni di lode, né magnificare ed incensare (anzi auto-incensare…) in modo un po’ ruffiano questo gruppo. Faccio solo delle semplici considerazioni su una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Mi sono imbattuto per caso nel loro sito e ne ho subito apprezzato e condiviso lo spirito (nonché percepito, attraverso le peculiarità del sito stesso, il grande impegno e dedizione dei suoi componenti). Quando mi sono messo in contatto con loro mi hanno accolto con grande disponibilità. Senza conoscerci, abbiamo fatto insieme un viaggio in Francia: sebbene avessi incontrato quelle persone poche ore prima, dopo un solo giorno pareva fossimo amici da una vita. Faccio una parentesi: nel buco di posto dove vado (anzi, andavo) normalmente a surfare ci sono persone di un clan che in dieci anni non mi hanno degnato di un saluto (e come me tutte le persone al di fuori della loro cerchia…)! Chiusa parentesi. Da ospite sono diventato parte del gruppo. Sono passati sei mesi da quando ho incontrato i Parassiti: in questo periodo ho visto altre persone seguire il mio percorso e il gruppo allargarsi sempre più e arricchirsi dei belle personalità.

 

Lungi da me l’intenzione di esprimere giudizi morali su questo o quel tipo di gruppo. Non ci sono “buoni” e “cattivi”, solo due modi differenti di interpretare il windsurf ed i rapporti umani ad esso collegati. E anche i comportamenti deprecabili sopra stigmatizzati sono tali “a prescindere” dall’associazione a questo o quel tipo di gruppo.

Io chiaramente sto dalla parte dei Parassiti, dalla parte del mio original team, il Warning: We Bite! Far parte di essi è per me qualcosa di gratificante, perché il senso di appartenenza è qualcosa che riempie il mio animo. E invito tutti a fare altrettanto. A trovarsi, a unirsi, a considerare il windsurf non solo come un gesto tecnico-sportivo, ma come un’occasione speciale per vivere la natura e l’amicizia in un modo più profondo ed intenso. Da tutto ciò trarrà certo beneficio la qualità della vostra vita…

 

Alla fine di queste riflessioni forse ho trovato la risposta al quesito iniziale. “Il windsurf è uno sport solitario o di gruppo? Nella sua pratica la piena realizzazione avviene dentro ognuno di noi o all’interno di un gruppo?” Le due cose non si escludono a vicenda perché appartengono a due sfere differenti. Il windsurf ha un’essenza solitaria che non viene mai meno. Ma anche uno spirito di gruppo perché insieme agli altri esso trova pieno compimento. E’ la simultanea congiunzione di queste due dimensioni che rende il windsurf uno sport così unico e meraviglioso…