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Incontro con il WindSurf

Che cosa spinge una persona a cominciare ad andare in windsurf? Qual è la molla che avvicina un individuo alla pratica di questo meraviglioso sport (anche se definirlo “sport” è molto riduttivo, perché il windsurf è qualcosa di ben più grande e complesso, ma di questo parleremo un’altra volta, se ci sarà…)? Cerchiamo di analizzare le possibili modalità attraverso le quali si sviluppa l’approccio al windsurf.

 

  1. Un amico/a praticante vi spinge a provare (o, alternativamente, volete emulare le sue gesta)

E’ probabilmente il modo tipico di avvicinarsi al surf. E difatti anch’io, più o meno, ho cominciato in questo modo.

Tutto ciò ebbe luogo una ventina di anni fa, forse venticinque (Parassiti astenersi per cortesia dall’effettuare qualsivoglia considerazione circa il mio rapporto “doti tecniche/anni di pratica”…). Mi trovavo in vacanza sul lago di Como con la mia famiglia e, non ricordo per quale ragione, mio padre aveva ricevuto in dono un windsurf. Eravamo ai primordi. La tavola era un “transatlantico” di circa 4 metri di lunghezza dove lo scafo aveva molto più la forma di una barca che quella di un windsurf. La vela era di quelle triangolari e senza stecche, proprio come quelle di una barca a vela. Per avere un’idea vi rimando alla sezione Paranovelas – Capitolo 1: lì troverete un foto emblematica che ben raffigura gli strumenti con cui all’epoca i neofiti si cimentavano.

In famiglia non è che fossimo proprio dei lupi di mare, ad eccezione di mio fratello, che si dava alcune arie da Cino Ricci solo per aver partecipato una volta con un amico ad una regata di barche a vela in quel di Bardolino. Inoltre io non è che vedessi il windsurf molto di buon occhio. Eravamo agli inizi dicevo, e quindi, ai tempi, esso veniva visto un po’ come una pratica d’èlite, la novità “in” dell’estate e di conseguenza, da bravo calciatore ruspante qual ero, “mi stava un po’ qui!”.. 

Mio fratello, essendo l’unico ad avere un minimo di esperienza in materia, si è dunque adoperato per cercare di metter in acqua quel “mostro”. La partenza non è stata delle più semplici perché, anche se non doveva occorrere una laurea per montare quell’affare, non avevamo alcuna indicazione su come assemblare i vari componenti (perché mai tavole, vele & c. non debbano essere corredati da appositi libretti di istruzione… non è poi così “screditante” per un acquirente fare riferimento ad esso, o no?... mah!...). Fortunatamente ci è giunto in soccorso almeno un libro sui nodi marini, trovato chissà come nei meandri della biblioteca della casa (i boma con la maniglia a chiusura automatica erano di là da venire e anche l’impiego degli strozzascotte era alquanto “parco”) e quindi, seppur con un po’ di fatica, siamo al fin riusciti ad armare la vela e ad assicurare il rig alla tavola.

Ben guardandomene io dal “farmi contaminare” da quell’attrezzo da “snob”, la prima uscita è stata appannaggio di mio fratello che, oltretutto, era l’unico ad avere, direttamente od indirettamente, qualche rudimento sul recupero della vela e la navigazione. Ed in effetti devo riconoscere che tutto sommato non è che “millantasse” poi tanto, perché, senza apparente difficoltà, al primo tentativo ha alzato la vela, è partito, ha fatto un breve bordo, ha virato ed è tornato a riva con una certa nonchalance. Osservando così da vicino mio fratello navigare in tranquillità, fin da subito tutte le mie considerazioni circa la presunta “spocchiosità” della disciplina hanno cominciato lentamente a sgretolarsi. “Ah però”, pensavo tra me, “non sembra male... In fondo deve essere divertente… Cià, quasi quasi provo anch’io..”. Incuriosito e stuzzicato da questi pensieri, nonchè stimolato da mio fratello (probabilmente più per il sottile piacere di vedermi annaspare in difficoltà che per un reale ed altruista spirito fraterno…), mi sono buttato e ho “tentato l’avventura”.

In acqua la tragedia si è consumata in pochi minuti. Vuoi perché la confidenza col mezzo era “zero”, vuoi perché non è che mi fratello fosse stato particolarmente prodigo di consigli e insegnamenti, vuoi perché probabilmente ero davvero un po’ “negato”, ho passato mezz’ora su e giù dalla tavola, cadendo in acqua e risalendo, scarrocciando sottovento, lentamente ma inesorabilmente, senza riuscire a fare uno-dico-che-un metro in piedi sulla tavola. Basta! Capitolo chiuso, esperienza terminata: di salire un’altra volta su quell’aggeggio non ci pensavo nemmeno. Così ho passato le restanti tre settimane della mia vacanza a guardare mio fratello che, spinto dalla leggera e fresca  brezza del lago, andava avanti e indietro divertendosi e godendo come un matto, mentre il mio rapporto col windsurf sembrava terminato prima ancora di essere iniziato.

Se non che,  non so in base a quale strano capriccio del destino, il penultimo giorno mi sono deciso a riprovare. E lì, com’è come non è, al primo tentativo sono riuscito a recuperare la vela, a chiuderla e a partire, facendo 20 metri in andatura: una FOLGORAZIONE! In quegli istanti ho capito che il windsurf sarebbe stato lo sport della mia vita. Non dimenticherò mai le sensazioni provate in quei momenti. Indescrivibili. Sentire il soffio del vento, gli schizzi dell’acqua, il calore del sole  scivolando veloce sull’acqua, immerso in un paesaggio bellissimo: emozioni che non si possono rendere a parole, bisogna provarle, viverle per poter capire…

Peccato che ormai la vacanza fosse terminata. Cribbio che rabbia però, avevo tre settimane davanti a me e mi ero ridotto al penultimo giorno!.. Peraltro un classico nella mia esistenza: vi è mai capitato da adolescenti di innamorarvi in vacanza della ragazzina di turno (normalmente straniera) e riuscire a “conquistarla” solo il giorno prima di partire? No eh, invece a me sempre! Ecche ci volete fare, sono un diesel, ci metto il mio tempo….

Insomma, così è iniziato tutto. Tornato dalla vacanza ho cominciato a cercare cataloghi e riviste (credo di avere ancora il primo numero, o giù di lì,  di Windsurf Italia),  mi sono comprato una muta (quelle da velista, stagne, che vanno tanto adesso) e ho preso a praticare. Da lì non mi sono più fermato e oggi, se sono una persona felice, molto lo devo al windsurf.

 

2. Vi buttate sul surf perché percepite che la cosa fa “fico/a”

Questa motivazione aveva maggior peso forse qualche tempo fa. Oggi per sentirsi “al top”, per apparire “in”, il kite è molto più efficace. I cugini aquilonari ormai ci hanno soffiato lo spazio sulle pagine dei giornali (anche se il più delle volte è perché riportano la notizia di qualche kiter che si è “spetasciato” in spiaggia), nelle pubblicità delle auto, nelle sigle delle trasmissioni turistico/vacanziere (e pure in quelle del meteo). I loro zaini sono più fascinosi delle sacche delle nostre vele, le loro tavolette più ammiccanti delle nostre “zattere”. Normalmente sono anche più giovani e più belli. No, cancello, questo non è vero…. Insomma se uno/a vuole iniziare uno sport per sentirsi alla moda o per più facilmente rimorchiare le ragazze/ i ragazzi (che in fondo è una sottocategoria della motivazione di cui stiamo trattando) allora oggi deve dedicarsi al kite.

Ma ci sono stati i tempi in cui il windsurf faceva la parte del leone. Film come “Windsurf - il vento nelle mani” (con il bellissimo e biondissimo Pierre Cosso, ve lo ricordate? – parlo ovviamente per i vecchietti come me…) esemplificavano bene la connotazione data dalla cultura socio-mediatica dell’epoca al nostro sport: il giocattolino must dell’estate,  peculiarità esclusiva di certi status sociali.

E’ molto probabile che chi si sia avvicinato con tale spirito al windsurf che abbia già concluso la sua esperienza. Se le vere ragioni non stanno nella passione, se il surf assume rilevanza solo in quanto strumento per il raggiungimento di uno scopo vacuo (si fa per dire ovviamente…) allora la pratica ha già realizzato la sua selezione naturale. Noi tutti amanti del windsurf sappiamo bene che praticarlo richiede sacrificio, dedizione, pazienza. A volte penso che assomigli molto più a una disciplina zen che a uno sport: quante volte abbiamo provato a fare 300 km e più per non trovare un filo d’aria? O a stare in acqua col vento che va e viene? Quante volte siamo tornati facendoci mezzo lago a nuoto? Esiste forse una tecnica/attività più efficace per imparare la calma e la perseveranza?

Insomma se uno pensa di avvicinarsi al surf per “secondari” motivi allora ha sbagliato strada. Possibilità di conseguimento dei propri scopi praticamente “zero”. Perché c’è un errore di fondo in questo approccio. Per risultare interessanti occorre essere anche bravi nella pratica. E tali non lo si può diventare in una stagione (ad esclusione naturalmente dello zio Robby che è nato imparato…). Ma allora viene meno l’efficacia del mezzo e quindi si abbandona subito (o quasi). Anche perché difficilmente riesci ad impressionare le ragazze se non sei bravo e quindi al massimo potresti sperare di agganciarle facendo leva sul loro istinto materno, puntando sulla tenerezza indotta dall’essere visto cascare in acqua ripetutamente dopo fantozziani tentativi di rimanere precariamente in equilibrio sulla tavola. Ma questo tipo di approccio ha come esito il due-di-picche garantito…

 

3 Siete amanti della natura e non vi par vero di riuscire a fare uno sport “ecologico” in acqua.

Anche senza essere tra le frange più estreme del movimento ambientalista, amate la natura, gli spazi aperti, i paesaggi incantati. La possibilità di praticare uno sport fondendosi in questi elementi è un regalo che non è possibile rifiutare. E’ vero, in particolare per gli amanti dell’acqua esistono altri sport, come la vela. Ma certo esso è molto più impegnativo e vincolante, sia economicamente sia logisticamente. Il windsurf consente spazi di manovra e di libertà che credo nessun altro sport riesce a concedere. E la “fusione” con la natura è uno dei suoi aspetti più affascinanti. Surfare in posti bellissimi, con scenari da favola regala emozioni e suggestioni senza pari. Chi di voi non ricorda una surfata al tramonto, mentre il sole tramonta nel mare all’orizzonte o si nasconde dietro le cime dei monti che costeggiano i nostri laghi. Il cielo che assume colori ammalianti, l’acqua calda (d’estate ovviamente…) che ci investe con i suoi schizzi pungenti, il vento che sentiamo accarezzare i nostri capelli (chi ce li ha “of course”…) ci regalano sensazioni che ci riempiono di una gioia unica, irripetibile, inarrivabile… Cosa meglio della pratica del windsurf può quindi soddisfare chi anela ad una tale simbiosi con l’ambiente?

Ma siamo proprio sicuri che il windsurf sia uno sport “ecologico”? Io francamente ho qualche perplessità. Riflettiamo un attimo. Normalmente, per uscire in windsurf occorre raggiungere località che sono relativamente distanti. Personalmente per uscire sul mio lago devo fare circa 25 kilometri per raggiungere lo spot dove al mattino soffia il Tivano (il corrispondente comasco del Peler), e tra i 60 e i 70 per uscire al pomeriggio con la Breva (la nostra Ora). Per andare al Prà sono 145 km ca., per Malcesine non ho mai tenuto il conto. Per non parlare del mare. Gli spot liguri decenti (se ce ne sono…) distano tutti oltre 250 km. Queste cifre vanno tutte naturalmente raddoppiate per considerare il viaggio di ritorno. Ora, considerando che:

-          date le distanze mediamente percorse, i surfisti posseggono al 99% un veicolo diesel;

-          date le condizioni economiche mediamente disastrate dei surfisti medesimi (va beh, qui occorrerebbe aprire una parentesi, ma forse è meglio che ci torniamo una prossima volta..), i veicoli in oggetto (soprattutto furgoni e camper) sono presumibilmente “d’annata” e quindi particolarmente propensi a disperdere nell’ambiente sostanze inquinanti;

-          occorre tenere in considerazione il numero relativamente alto di volte in cui il viaggio è effettuato a vuoto perché si trova la “cippa”;

tutto ciò premesso si giunge alla conclusione che giocare a calcetto, a tennis o a squash negli impianti sotto casa risulta sicuramente più “ecologico” rispetto all’andare in windsurf.

 

4. Per caso

Non è una delle motivazioni a percentuale molto alta di casi comunque va annoverata nel computo.

Siete in vacanza al mare (o al lago). Non vi passa più… Avete già provato il beach soccer, la beach waterpolo, i racchettoni, gli aquiloni, i pedalò e l’annuale novità dell’estate. E tutti questi hanno già esaurito la loro carica di motivazione e svago. Di stare sdraiati a prendere il sole e di leggere sotto l’ombrellone non ne potete più. Durante una passeggiata sull’arenile scorgete una scuola di windsurf. Attirati dai colori sgargianti delle varie attrezzature e, inconsciamente, dall’abbronzatissimo istruttore dal fisco scultoreo a cui voi latentemente cominciate a desiderare di assomigliare (rimorchiare per le donne), vi avvicinate. Dapprima lentamente, con fare apparentemente distaccato. Iniziate a girare introno e dentro la “baracca” (normalmente non è che le scuole di windsurf, soprattutto al mare, vengano disegnate da Renzo Piano e di solito vengono realizzate sfruttando vecchi container, prefabbricati o materiali di recupero vari), curiosando e cercando di capire un po’ il meccanismo generale. Guardate i materiali ordinatamente riposti (si fa per dire), li scrutate. Cominciate a toccarli, ad accarezzarli. Le vostre mani scorrono lente sulle carene delle tavole, i vostri polpastrelli scivolano lievi sul monofilm delle vele… Mi fermo un attimo e faccio una breve parentesi. Ma vi siete mai chiesti cosa spinge un surfista, potenziale od effettivo, a dovere “toccare”, senza capacità di trattenersi, tutti i materiali che si trovano di fronte a lui? Mi sapete spiegare perché quando si imbatte in una rastrelliera piena di tavole o vele non riesce ad esimersi dall’allungare i propri arti superiori al fine di esplorare “tattilmente” quelle attrezzature? Ma quando andiamo a comprare un auto facciamo così? Non mi pare… Chiusa parentesi, torniamo a noi e alla nostra scuola. A questo punto, dopo che il vostro cervelletto ha elaborato tutta una serie di meccanismi psicologici e il pensiero di provarci comincia a solleticarvi, chiedete qualche informazione all’istruttore. Gli aspetti allettanti sono molti, lui è molto affascinate e persuasivo e se riuscite a superare la barriera psicologica, ma molto “tangibile”, del “salasso” del costo del corso (perché non sapete ancora cosa vi aspetta dopo…), allora prendete appuntamento e via: state per diventare un nuovo/una nuova surfista.

 

E voi come avete iniziato? Vi riconoscete in una delle situazioni esposte? Ne volete suggerire altre? Avete qualche aneddoto da raccontare a proposito della vostra “iniziazione” al windsurf? E a voi che siete capitati su questo sito cercando con Google un insetticida per il vostro amico a quattro zampe è venuta un po’ di voglia di cominciare a surfare? Fate sentire la vostra voce.

 

 

Ricky