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Viaggio in Tasmania ...

L’inverno comincia a far sentire il suo peso opprimente sopra il mio stato d’animo. Le paramute allungano la stagione lacustre, ma il vento ormai si fa sin troppo desiderare. La primavera e i suoi tepori sono ancora lontani, e le mie tre uscite in powder sullo snow hanno già più che abbondantemente colmato il mio bisogno di neve.

Paul è in una forma fisica spettacolare. Grazie alle sue sedute quotidiane di spinning e dintorni, ha la preparazione atletica di un professionista della mountain bike. Sprigiona adrenalina da ogni poro. Per questo accetta con entusiasmo la mia proposta.

 

Durante uno dei miei peregrinaggi serali sul web mi ero imbattuto in alcuni siti che parlavano della Tasmania. Un angolo di paradiso a sud-est dell’Australia, conosciuto da noi più che altro come regione di origine del celebre filato di lana. Mi era bastato guardare tre foto: ci vado, è deciso! Convincere Paul ad accompagnarmi è stato un gioco da ragazzi: una volta mostratigli gli straordinari itinerari del North East Trail, la sua Klein era già pronta per essere imballata e spedita.

Coinvolgiamo la nostra amica Manulao. Bellissima, è una ragazza che ama i viaggi e l’avventura. Ha lo spirito giusto per un vacanza come la nostra e aderisce con eccitazione all’iniziativa. E’ un piacere averla con noi perché è una persona di compagnia, ma anche autonoma e indipendente, sempre gradevole e mai invadente.

In aeroporto ci imbattiamo in Cecily Brown, reduce dal vernissage d’apertura di una sua personale a Milano. E’diretta in Tasmania per una breve vacanza, prima di rimettersi al lavoro nel suo nuovo atelier di Brisbane. Diventerà nostra compagna di viaggio.

 

Atterriamo a Launceston alle prime luci dell’alba, dopo un viaggio più breve di quel che ci si sarebbe potuto attendere. Anche e soprattutto grazie alla compagnia delle nostre amiche. Paul aveva trovato in Cecily un’interlocutrice ideale per lunghe ed appassionate riflessioni su materia pittorica e cromatismo, mentre la mia vena poetica e naturalista scopriva in Manu un habitat naturale in cui attecchire.

 

Preso possesso dei nostri appartamenti al North Lodge, ci mettiamo a tavolino per pianificare le attività. Primo giorno dedicato alla visita della città, pensata anche come occasione per reperire informazioni preziose per le nostre successive escursioni. Infatti pensiamo di organizzare per il giorno seguente un giro verso Binalong Bay: il mio obiettivo è quello di surfare le sue onde cristalline, mentre Paul ne farà il punto di attacco ad uno dei percorsi più impegnativi del suo programma, quello che si sviluppa all’interno della Wildflower Reserve.

 

Ci mettiamo in viaggio di buon ora. Bici, tavole e vele sono stivate in perfetto ordine sul nostro capiente van. Le ragazze sono con noi.

 

Percorriamo la Tamar Valley: i suoi vigneti e i suoi campi di lavanda la fanno risplendere in un orgia di colori. Quando le piantagioni lasciano il posto ad una foresta densa e rigogliosa è segno che siamo quasi arrivati. Bay of Fires è un enorme specchio d’acqua limpida, di una sfumatura cangiante tra il verde e l’azzurro. Le fa da cornice una spiaggia di sabbia bianca e finissima, circondata a sua volta dalla fitta pineta di mirto. A sud la baia è delimitata da una scogliera di roccia calcarea levigata, di un intenso colore rosso-arancio, mentre a nord il promontorio di Eddystone Point, con il suo celebre faro del secolo scorso, è il cancello attraverso il quale accedere a Binalong Bay.

 

Le ragazze decidono di fare gli ultimi chilometri in bici, per meglio assaporare gli odori e le tinte di questo paesaggio. Anche Paul si separa: dopo aver controllato il suo zainetto inforca la Klein, mi saluta e si lancia verso i 128 chilometri del Trail.

 

Quando arrivo a Binalong Bay rimango senza fiato. Il parcheggio è una specie di terrazza panoramica dal quale si domina tutta la baia. La sottile striscia di sabbia chiara, fa da contorno ad un mare cristallino, di un azzurro via via più intenso ed inquietante man mano che il fondale diventa più profondo. Si nota chiaramente la curva della linea dell’orizzonte. La calda luce dell’emisfero australe che ammanta continente ed oceano rende i colori intensi, quasi materici. Uno scenario che lascia attoniti.

Dall’alto vedo le onde formarsi dal nulla. Crescere, incresparsi. Ed infine frangersi sulla battigia con un tonfo sordo. Lunghe, sinuose, potenti. Come irresistibili sirene sembrano invitarmi a lasciarmi accogliere dal loro abbraccio poderoso.

Mi soffermo qualche istante ad osservare le poche persone in acqua. Disegnano morbide traiettorie, si librano in salti alti e leggeri. Una sorta di danza sublime a cui un coreografo immaginario sembra aver dato vita.

Cerco di studiare il loro comportamento in acqua, di comprendere, attraverso le loro azioni, caratteristiche e peculiarità dello spot.

Estraggo dal van la mia Ezzy 4,2 e comincio ad armarla. Lentamente, senza la tipica ansia e frenesia che mi coglie normalmente al lago, quando ogni singolo minuto è prezioso e deve essere sfruttato. E’ quasi un rito il mio, in cui la mia anima comincia gradualmente entrare in contatto con gli elementi.

Preparo il Goya wave 72 litri, la mia tavola “soul”. Con essa ho vissuto le mie emozioni surfistiche più intense e sono consapevole che nessuna di quelle sperimentate finora sarà paragonabile a quelle che mi sto accingendo a provare.

Un fremito mi sale lungo la schiena, il cuore si mette a battere sempre più velocemente. I miei piedi camminano sulla sabbia soffice ed impalpabile prima di sfiorare la calda acqua dell’oceano. Un rapido balzo e parto.

Il vento è mure a sinistra, leggermente side-off. Teso, costante. Avverto nella vela la sua spinta potente e progressiva.

Affronto le prime rampe che mi si parano davanti: un set di tre, superato con piccoli salti. Comincio ad assaporare la magia di quelle condizioni. Sento l’energia del vento trasformarsi in velocità dentro di me e dissiparsi nell’aria ad ogni salto. Allora divento leggero, volo.

Tra me e l’oceano nasce e si sviluppa un’amicizia intensa, fondata su fiducia e rispetto reciproco. Salto e surfo ogni onda che esso mi offre in dono.

Guadagno il largo e mi porto nella zona in cui il fondale forma le prime piccole onde. Ne avvicino qualcuna e cerco di fare la loro conoscenza. Fronte ad esse, risalgo e scendo la loro piccola china, acquisendo progressivamente sempre maggior confidenza. Allora questo continuo rincorrersi e scappare diventa un gioco, in cui anche le onde sembrano divertirsi e quasi sorridere mentre formano una bianca schiuma sulla loro cresta.

Dopo un’ora di questo fanciullesco diletto saluto le mie piccole amiche e mi dirigo verso la zona più impegnativa dello spot.

Da lontano le onde sembrano formarsi in modo lento, ma è solo un’apparenza: quando sono vicino mi rendo conto di quanto repentinamente si formino questi muri. Il fronte dell’onda si sviluppa dapprima dolcemente, ma poi in un batter d’occhio diventa ripido e liscio come la rampa di un half pipe.

Le affronto usando lo stesso approccio rispettoso e riverente. Già nei primi assaggi mi rendo conto di quanto esse siano dure. Quello che prima era poco più che un semplice zigzagare ora diventa un percorso fatto di lunghe e morbide curve. La velocità che raggiungo quando discendo dall’onda è impressionante e le prime volte quasi mi sorprende.

Anche qui pian piano acquisisco confidenza e mi lascio andare a traiettorie sempre più spinte. Arriva il momento di provarci!

Mi preparo e cerco l’attimo propizio. Ecco un’onda che si sta formando: la prendo. La risalgo mentre assomiglia ancora ad un soffice panettone e poi, una volta sulla cresta, mi lancio verso il basso. Prendo velocità, faccio un paio di curve. Sono di nuovo al culmine. Sotto di me ora l’onda è nel momento della sua massima ripidità. Mi butto. La discesa è vertiginosa, il cuore mi palpita nel petto. Immagino di vedere la paura che mi attraversa gli occhi, ma in questi attimi essa diventa una sorta di “peperoncino”, una spezia che da ancora più sapore a ciò che sto gustando.

Sono quasi in fondo e qui, con un’energica torsione del corpo, “carvo” la tavola, inclino il rig sul pelo dell’acqua e faccio una curva estrema, sollevando un altissimo schizzo di schiuma. Per un attimo alzo lo sguardo e resto esterrefatto ammirando l’onda in tutta la sua imponente maestosità. Il cuore mi balza in gola, è un’emozione indescrivibile.

Risalgo veloce il dente dell’onda e vedo che essa sta per frangersi davanti a me. Stringo leggermente la presa sul boma e con un’altra torsione faccio curvare la tavola sul picco. La forza della cresta frangente mi “spara” lontano con un’accelerazione turbinosa. Schizzo attraverso l’aria intrisa di acqua nebulizzata e atterro in una zona liscia: un aerial da manuale, resto attonito, sbalordito.

Le onde si susseguono a intervalli regolari e su ognuna di esse lascio la mia impronta: nonostante in quell’acqua impetuosa la mia scia svanisca quasi istantaneamente, nella mia anima essa viene impressa in maniera indelebile, un ricordo che mi accompagnerà per tutta la mia vita.

Al termine di ogni sessione, uscito dalla zona calda, rifiato e mi rilasso planando tranquillamente per un po’, mentre rivedo nella mente il film della mia surfata. Quindi riprendo il largo.

Le onde ora si presentano davanti a me perpendicolarmente rispetto alla direzione della mia andatura. Rampe alte e successive, perfette per spiccare il volo.

La ripidità impressionante dell’onda viene confermata anche guardandola da questa prospettiva. I primi denti mi inquietano e al momento dello stacco non riesco a fare a meno di aprire la vela. La sensazione di meravigliosa leggerezza è comunque immediata anche così.

Al solito, dopo qualche “saltino” mi rinfranco, acquisisco maggiore consapevolezza nei miei mezzi e mi carico di grande energia interiore. Vedo un’onda particolarmente ripida davanti a me. Lasco leggermente, tengo la vela ben chiusa e l’affronto. Risalgo il dente alla velocità della luce e decollo. La prua della mia tavola schizza verso il cielo. Salgo, salgo, salgo. Mentre volo verso l’alto mi lascio accecare dal blu insostenibile del cielo. E’ un’emozione indescrivibile. Percepisco il mondo sotto di me mentre io entro in un’altra dimensione.

Atterro dolcemente e riprendo la mia corsa verso il largo. Scorgo un altro bel trampolino e decido di sfruttarlo per un table top. Mi stacco dall’onda. Il mio corpo si torce come una candela mentre scalcio verso l’alto la poppa della tavola. In quegli attimi esso sembra non ricordarsi dell’età anagrafica e per un istante rimango sospeso nel vuoto in una posa plastica ed armonica. Percepisco la bellezza del mio gesto atletico e mi crogiolo un po’ in quello stato d’animo tipico di chi è consapevole di aver compiuto una figura fuori dal comune, non esimendomi dal provare anche un pizzico di sano narcisismo.

Nelle successive sessioni in uscita mi lascio andare ad ogni forma di salto alla mia portata, sperimentando ogni volta, con sorpresa, sempre nuove sfumature di quella meravigliosa sensazione di assenza di gravità che accomuna ogni mio salto.

La stanchezza comincia a farsi un po’ sentire e ormai mi sento quasi appagato da quell’orgia di emozioni vissute sino a quel momento. Ma resta ancora da compiere un ultimo salto per coronare un’uscita impossibile da dimenticare: il back loop!

Raccolgo le energie residue e mi concentro, ripassando mentalmente le fasi della manovra. Sprigionando le ultime scariche di adrenalina parto per un nuovo bordo in uscita. Osservo l’oceano e le onde che vengono a poco a poco a formarsi davanti a me. Scorgo il set giusto, l’eccitazione raggiunge livelli massimi.

Affronto il ripido e alto dente al traverso. Stacco il salto. La tavola sale prua al cielo: one mast high jump! Quasi all’apice volto la testa e faccio ruotare la tavola che disegna una parabola perfetta. La prua della tavola è ora rivolta verso il basso e da lassù mi trovo per un istante a vedere la superficie dell’acqua che pare davvero lontanissima. Provo un tuffo al cuore! Esaurita l’inerzia ascensionale, “precipito” verso il basso e con un ultimo impulso riporto la tavola in posizione per l’atterraggio di prua. Entro morbido nell’acqua e rimango in piedi.

Se fino a quel momento avevo interiorizzato ogni mia emozione, trasferendola direttamente nell’animo, ora un urlo liberatorio mi esplode dalla bocca senza che ne riesca a dominare gioia ed intensità! Non riesco ancora a crederci. Perdo la connessione delle sensazioni ed entro in una sorta di stato confusionale indefinibile: la felicità pura!

 

Rientro. Incrocio Cecily che nuota verso il largo sulla sua tavola da surf. Dalla spiaggia la vedo infilarsi con disinvoltura ed audacia nei tubi cristallini.

Manulao osserva estasiata l’azione. Felice e desiderosa di poter provare al più presto in prima persona le emozioni appena percepite guardando lo spettacolo in acqua.

 

La sera ci ritroviamo a Bridport per una cena in riva al mare. Il sibilo acuto del vento e i tonfi profondi delle onde hanno lasciato il posto alla quiete e al silenzio, nel quale si ode solo, come una nenia lieve, il suono dolce e rassicurante della risacca. Il blu profondo della notte stellata riveste ormai quasi tutta la volta celeste. Solo all’orizzonte resistono alcune velature chiare e rossastre.

Il profumo del pesce che sta cuocendo sulla griglia e le note fruttate di un bianco della Tamar Valley sublimano il nostro olfatto.

 

Ci raccontiamo le esperienze della giornata, con il cuore traboccante di emozione, gli occhi brillanti e luminosi come le stelle nel cielo.

 

Camminiamo sulla sabbia. E ci perdiamo, in quello spazio meraviglioso e infinito… “

 

 

 

 

... Mannaggia, perche' non capita mai davvero !?!?