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Welcome to the Gorge

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Da tre anni il mio amico Willy voleva portarmi al Gorge. Era il suo sogno di surfista. E per due anni, per una ragione o per l’altra, ero riuscito a scamparla. Ma quest’anno sapevo che non avrei potuto tirarmi indietro: gliel’avevo promesso e quindi avevo un debito d’onore con lui… Non che l’idea non mi attirasse. Ma già mi tocca essere un surfista d’acqua dolce tutto l’anno, almeno durante le agognate vacanze estive avrò pur il diritto di andare al mare a provare l’ebbrezza di saltare e surfare su qualche onda (vera), o no?... Così acconsentii con un po’ di rassegnazione quel giorno di febbraio in cui Willy mi telefonò dicendo che “non potevamo lasciarci scappare” l’occasione “irripetibile” di volare a Portland con la Lufthansa per soli 490 euro! Ero con le spalle al muro: “Ok Willy, prenotiamo ‘sti benedetti biglietti”… Ci siamo messi tutte e due al PC e, in simultanea, abbiamo comprato il nostro passaporto per il mitico Columbia River Gorge: partenza il 29 maggio…

Arriviamo a Portland a mezzogiorno, praticamente alla stessa ora in cui siamo decollati da Francoforte. Tutto fila liscio e, dopo aver recuperato i bagagli e svolto le formalità per l’ingresso negli States, ritiriamo il Grand Voyager che avevamo noleggiato. Impostiamo il navigatore su downtown Hood River e via: ha inizio così la nostra avventura in uno degli spot leggendari del nostro sport…00art_targa.jpgLa Interstate 84 corre lungo il grande corso d’acqua che divide lo stato dell’Oregon da quello di Washington. Usciti dalla città, il paesaggio si fa subito di un verde intenso. La vegetazione composta dai caratteristici abeti alti e fitti ricopre completamente i due pendii che delimitano il fiume. Sembra quasi di essere nella Foresta Nera bavarese.

01art_gorge verso portland.jpg Dopo una trentina di miglia, la visione: un grande cartello stradale marrone recita “Columbia River Gorge National Scenic Area”. Willy sobbalza, è felice come un bambino. Lo guardo e quasi mi sento in colpa per avergli fatto attendere così tanto questo momento… Anche Manfred, il nostro intrepido (o incosciente?) amico beginner che si era aggregato all’ultimo momento, si lascia contagiare dall’euforia… Lungo il bordo del fiume gli alberi hanno i rami girati tutti a est: guardandoli di lato, praticamente è come se fossero composti da una sola metà. Un fremito coglie i nostri stomaci. Ci guardiamo e il pensiero è il medesimo: “Decisamente questo è un posto dove il vento non manca…” E come potrebbe essere altrimenti? Percorrendo la highway ci accorgiamo che la vegetazione comincia a mutare. Le fitte foreste a poco a poco si sfoltiscono, le piante diventano sempre più rade. In 15 miglia si passa dalla Schwarzwald a Fuerteventura!! 

02art_il deserto.jpg Già, come possa esserci un deserto a queste latitudini rimane per me un mistero. Fatto sta che è proprio qui il segreto di questo bengodi del vento. Le correnti umide e fresche caratterizzano per buona parte dell’anno il clima sulla costa oceanica. A est, le temperature più elevate della zona desertica “risucchiano” l’aria che, incanalandosi nel corridoio del fiume (con frequenti pareti a canyon)

03art_alba sul gorge.jpg, raggiunge velocità decisamente considerevoli. Espresse in unità di misura windsurfistica, mediamente si attestano attorno alla 4.2. Per i locals intendo, perché per i comuni mortali la misura “scende” a 3.7, come avremo modo di sperimentare nel corso della nostra vacanza. La stagione inizia a fine maggio e dura indicativamente sino a tutto agosto. In luglio le percentuali storiche segnano un intorno del 90% di giornate planabili!! Hood River è il cuore del Gorge. Si presenta a noi come una piccola cittadina abbarbicata sulle pendici della sponda sud del fiume. Nel tipico stile dello sviluppo urbano degli States, le strade sono tutte perpendicolari tra di loro. Le tre vie principali che l’attraversano longitudinalmente, sono intersecate da una lunga serie di piccole viuzze lungo le quali si dispongono ordinatamente le case in stile prevalentemente vittoriano. Il fatto di essere costruita su un colle, le conferisce un fascinoso look alla San Francisco. Una particolarità che abbiamo notato è che, agli incroci, tutte e quattro le strade hanno lo Stop!?! Solo dopo qualche giorno ne abbiamo capito il funzionamento. Non importa se si arriva da sinistra o da destra. Allo stop ci si ferma sempre e si passa in relazione alla “classifica” di arrivo all’incrocio, uno alla volta a turno per ciascuna strada. Risultato: ci saranno 50 auto in tutto il paese e ogni tanto si riesce lo stesso a formare qualche coda! Ma qui sono tutti tranquilli e la frenesia che caratterizza il nostro sistema stradale non sanno nemmeno lontanamente cosa sia… 

04art_segnale hr.jpg05art_4way stop.jpg Il nostro alloggio è all’Inn at the Gorge, un B&B a due passi dal centro, semplice ma molto accogliente. Frank, il nostro innkeeper, è cordiale e gentile. Ma soprattutto sa preparare colazioni da infarto, per il sapore delizioso, ma anche per l’esagerato contenuto di lipidi. All’inizio ci apparivano un po’ ”hard” per le nostre abitudini, ma dopo un paio di giorni non è stato difficile adattarsi allo stile alimentare. Ogni giorno il menù era diverso. Partiva sempre con frutta e yogurt, a cui facevano seguito il dolcetto (per lo più muffins in ogni loro possibile declinazione) e il main course. Questo consisteva in un accostamento tra dolce e salato che sulle prime faceva accapponare lo stomaco, ma che in brevissimo tempo ci era diventato gustoso e appetibile. Memorabili la salsiccia in letto di senape accompagnata da un pane dolce intriso di caramello e farcito di panna montata e marmellata; e il waffle al caramello guarnito con rondelle di banana e salame d’alce (oltre all’immancabile panna montata)!!... 

06art_waffle wil e zio.jpg06bart_tortino wil e manfry.jpg Dopo aver incamerato la razione mattutina di grassi saturi (il breakfast normalmente durava dalle 8,30 alle 9,30), la nostra giornata standard prevedeva il passaggio da Windance, il surfshop selezionato tra i 4 presenti in loco per noleggiare la nostra attrezzatura.

08art_windance e patrol.jpgDave, John e i ragazzi dello staff sono sempre stati molto cordiali e disponibili con noi. Dopo aver sorseggiato un espresso servitoci dalle graziose bariste dell’attiguo Dawn Patrol Cafè, ogni mattina consultavamo assieme le previsioni e ci indicavano gli spot migliori durante il corso di tutta la giornata… 09art_il nostro espresso.jpg Per 350 $ la settimana, il kit “full package” era composto da: tavola (Goya o Angulo), 4 vele (Ezzy Panther 2009, tolte dal cellophane sotto i nostri occhi), tre alberi RDM, boma, prolunga, piede, ecc. Da notare che era previsto il rimborso delle giornate con mancanza di vento (condizioni di non planabilità). Stipate nel Gran Voyager le nostre tre attrezzature, il primo giorno decidiamo di dirigerci verso lo stato di Washington. Attraversando l’Hood River Bridge, notiamo subito che a ovest l’acqua del fiume è increspata. Facciamo rotta in quella direzione e dopo pochi km giungiamo nello spot di Swell City. Salutiamo i locals presenti, una decina di surfer over 55, la maggior parte dei quali è stata sicuramente presente a Woodstock... Uno di loro ci guarda stupito: “Hey, ma come siete riusciti a farci stare tre equipaggiamenti in quel minivan?”. In effetti, il nostro Gran Voyager sembra una Matiz al cospetto dei loro enormi pickup e furgoni… Il vento sembra bello teso, e anche se da queste parti lo considerano “light wind”, non ci facciamo sfuggire l’occasione di prendere confidenza con le condizioni davvero uniche di questo posto. La particolarità infatti è che il vento soffia nella direzione opposta a quella della corrente: perciò di fatto bisogna sempre tenere un’andatura di lasco perché altrimenti si finisce costantemente sopravento!?! Quello che in tutto il resto del mondo potrebbe essere una cosa positiva, qui non lo è, perché così facendo si corre il rischio di finire nell’oceano! Sì d’accordo, in realtà il Pacifico è un po’ lontanino, ma vi voglio vedere tirare dei bordi di lasco pieno con la 3.3 in condizioni overpower per riuscire a tornare al punto da cui siete partiti!… Ciò premesso, la session odierna si rivela particolarmente gratificante. Surfiamo quasi due ore con le 5.2 in uno scenario splendido, facendoci le ossa per le giornate che seguiranno… 

10art_swell city.jpg10b_art_corridor al tramonto.jpg Il giorno successivo, domenica, sembra la fotocopia del precedente. Da Windance, John ci mostra i grafici prodotti dalle stazioni meteo nei diversi spot, che indicano i valori registrati, quelli correnti e le linee di tendenza… 

g01 gorge map.jpg Sono affascinanti con tutte le loro curve colorate, sembrano quelli che mostrano le performance dei titoli di borsa e ne prevedono l’andamento sulla base di modelli matematici. E in effetti il grado di (in)affidabilità è il medesimo, come abbiamo sperimentato personalmente … :-/ Così, dopo un lungo e vano pellegrinaggio nei vari spot che avrebbero dovuto essere ottimali, optiamo per tornare nel “corridor”, nostra unica vera speranza per poter mettere le tavole in acqua… Qui infatti, probabilmente a motivo della particolare morfologia della zona, il vento soffia deciso anche quando trecento metri più a monte e trecento più a valle non c’è nemmeno un pelo d’aria… Usciamo di nuovo a Swell City e ne vengono fuori due ore goduriose con la 4.7, al termine delle quali i nostri amici hippies (che esibiscono orgogliosi t-shirt dalla emblematica scritta “Old guys rule!) ci invitano a degustare assieme a loro un salame d’alce fatto in casa… Rientrati in Oregon, ci dirigiamo al bel prato di Event Site, dove riposiamo le nostre stanche membra sdraiati al caldo sole del pomeriggio. Event Site è lo spot “principianti” e kiter di Hood River. L’acqua è molto bassa e una lunga striscia di sabbia che si protende nel fiume crea una zona di acqua piatta e priva di corrente. E’ anche la “spiaggia” principale della cittadina e in questa domenica appare decisamente affollata e “ben frequentata”… 

11art_event site.jpg Quando sul far della sera quasi tutti i bagnanti hanno fatto ritorno alle proprie case, tiriamo fuori birra e patatine e ci godiamo un gratificante aperitivo in quel luogo ormai deserto, mentre il sole basso fa risplendere con la sua calda luce le lamiere color verde ramato dell’Hood Bridge, mettendone in risalto l’imponente struttura… E’ in quel momento che decido di entrare in acqua! Le uscite al tramonto hanno sempre avuto un fascino particolare per me e non voglio lasciarmi scappare l’occasione di farne una in quel posto unico al mondo. Prendo la 5,5 del nostro amico Manfry, che giaceva ancora armata sul prato accanto alla Angulo Sumo 125, e mi lancio… E’ uno spettacolo planare a stecca in condizioni flat water con la cima imbiancata dell’immenso Mount Hood sullo sfondo. 

12art_corridor e mount hood_2.jpg Sono in total relax e mi perdo in quest’atmosfera magica in cui mi sento completamente immerso… Mi alterno con Willy e quando sono fuori dall’acqua, lo guardo cimentarsi in alcune vulcan, gustando la mia birra sdraiato in muta sul prato: this is Life!!... Complice un’eccezionale ondata di caldo sulla costa (a Portland si sono registrate le temperature più alte per il periodo dal 1985!!), le tre giornate successive sono caratterizzate dalla totale assenza di vento. Così ci dedichiamo ad attività alternative. La prima è la visita di Portland. O meglio, dei suoi negozi e centri commerciali. Complici il cambio favorevole e il non trascurabile fatto che l’Oregon sia uno stato “tax free”, ci diamo allo shopping compulsivo, saccheggiando i negozi Billabong, Oakley, Abercrombie, nonché l’Apple Store. Beh, visto che per superare questa crisi bisogna far girare l’economia ed è risaputo che gli Stati Uniti sono la locomotiva dell’economia mondiale, noi abbiamo pensato bene di dare qui il nostro contributo alla causa… Nella seconda giornata di piatta partiamo per un giro turistico della zona. Facciamo tappa in tutti i principali punti di interesse: la Vista House 

13art_vista house.jpg , da dove si scorge un panorama mozzafiato della valle del fiume; le cascate di Multnomah, vera icona del luogo

14art_multnomah falls.jpg; la Beacon Rock, dove passarono i primi esploratori che si inoltrarono nell’ovest incontaminato; e tutta un'altra serie di cascatelle, dighe e view point (da queste parti dove si trova ogni minima particolarità della natura o opera dell’uomo ci piazzano un ufficio turistico, un custode e un parcheggio)… Il giorno successivo ci lasciamo convincere dai ragazzi del Windance a provare il rafting nel White Salmon River… Alla Zoorafter ci accoglie Silas, un piccolo Axl Roses tutto nervi che in cinque minuti ci fornisce gli equipaggiamenti e ci impartisce le istruzioni fondamentali. Cominciamo ad agitarci un po’ e l’inquietudine aumenta quando scendiamo la scala a strapiombo che ci porta a livello del fiume, 30 metri più sotto… Silas ci dà il via e ci buttiamo nelle acque bianche e ribollenti. L’apprensione montante si trasforma in adrenalina pura quando ci rendiamo conto di riuscire a governare il gommone in mezzo a quel turbinio fragoroso. L’eccitazione ci prende quando superiamo i passaggi più impegnativi, con il gommone che si inabissa e poi riemerge dopo ogni salto, mentre il cuore ci balza in gola quando sfioriamo rocce sporgenti e tronchi di alberi caduti contro cui ogni volta sembra di andare inevitabilmente a schiantarci… Il percorso dura 4 miglia e alla fine, stanchi ma entusiasti, alziamo i nostri paddle e li battiamo a mo’ di “5”: “Well done guys!...” 

15art_zoorafter.jpg La maledizione che sembra accompagnarci pare finalmente per dissolversi. Siamo già a giovedì e dopo tre giorni di totale mancanza di vento cominciamo a essere un po’ nervosi. Ci sarebbero molte altre alternative, come l’hiking, la mountain bike e persino lo snowboard (sul monte Hood, distante solo una quarantina di minuti e alto più di 3.500 metri, gli impianti sono ancora aperti), ma decidiamo di rimanere in città, confidando nelle previsioni e aspettando che nel pomeriggio gli anemometri si rimettano a girare come sono soliti fare qui. Dopo una lunga giornata di vana attesa però, ci arrendiamo. Deposta la speranza, mentre stiamo ormai degustando il nostro cheeseburger nel pub della Full Sails (il birrificio locale che si definisce “di proprietà dei 47 dipendenti”, i quali quando si alza il vento mollano il posto di lavoro e vanno tutti a surfare), scorgiamo il fiume riempirsi di “white caps”: eccolo, finalmente è tornato! Ormai oggi è andata, ma domani… 

16art_american favourites.jpg Frank ci dà il buongiorno con un breakfast “mexican style”. Il menu “spicy” è quello che ci vuole per “prepararci” a quello che si rivelerà un big day… Dopo il consueto check point da Windance, Willy ed io scarichiamo Manfred a Event Site e ci dirigiamo a The Hatchery… Quando arriviamo, il vento è potente.. Hatchery tutto sommato è un bello spot: ingresso avventuroso, acqua piattissima nei primi 20 metri (il jibeatorium, come lo chiamano qua), onda formata nella zona centrale (1/1,5 m) e un chop assassino nei pressi della riva opposta… Ci soffermiamo per un po’ ad ammirare le surfate radicali e leggere al tempo stesso dei local in acqua, i fratelli Poor su tutti. Poi armiamo le 3.7 e ci buttiamo nella mischia...Il vento è micidiale e le raffiche più potenti ci fanno adottare un atteggiamento di prudenza. Ciononostante ci godiamo delle belle surfate, qualche saltone sulle rampe vicino a riva, di quelli interminabili che si vedono su You Tube facendo una ricerca con le parole chiave “river gorge” e strambate a fuoco nel Jibeatorium, dove veniamo spesso anche a rifugiarci per rifiatare un po'... Dopo un paio d'ore di lotta e di pacche (Willy si cimenta pure in qualche ardito tentativo di backloop), terminiamo la sessione mattutina. Non c'è che dire, surfare in questo posto dà sensazioni uniche... Lo scenario mozzafiato, le condizioni del tutto particolari, con queste onde che si srotolano continuamente e si fanno surfare come quelle del mare, i locals cordiali che, incrociandoci, ci salutano con il tipico cenno delle dita che indicano il 3, danno alle nostre uscite un sapore che non ha eguali… Mentre disarmiamo le vele nel parcheggio, capto una conversazione tra due ragazzi, uno dei quali mi pare dica all’altro che a Doug’s Beach è da 2,8! “Mi sarò sbagliato…” penso tra me. Doug’s Beach è la nostra meta designata per il pomeriggio. La guida degli spot lo presenta come quello più radicale dopo il leggendario The Wall. Quando arriviamo e scendiamo dalla macchina, sentiamo le nostre caviglie investite dai piccoli ciottoli della ghiaia del parcheggio che il vento solleva come fossero granelli di sabbia: “Non mi ero sbagliato, aveva proprio detto 2,8!...” Vediamo molti surfisti uscire scuotendo la testa. In acqua restano solo in pochi, quelli dotati di veri attributi, che si muovono tra le onde ribollenti con la tranquillità di chi passeggia in centro il sabato pomeriggio... Noi abbiamo solo le 3,3 ma decidiamo di provarci lo stesso: armiamo e via!... Questa volta né le parole, né le foto scattate possono rendere l’idea di quello che abbiamo provato: bisognava esserci! Il titolo del film potrebbe essere “La sensazione della paura”… Realizziamo di non avere mai il controllo dell’attrezzatura e di essere in completa balia degli elementi: un vento furibondo e onde di 2 metri e oltre che non concedono un attimo di tregua… La nostra uscita dura solo qualche bordo. Ma sono bordi che rimarranno per sempre impressi nelle nostre menti e nei nostri animi di surfisti… 

17art_wil e zio a dougs.jpg Quando la sera facciamo ritorno a Hood River, troviamo una cittadina diversa. Solitamente qui la vita serale e notturna non è particolarmente animata. Ci sono in verità molti locali, ma sinora li avevamo sempre trovati mestamente vuoti. Stasera invece i parcheggi sono pieni, la gente brulica per le vie e qualche complesso suona musica live negli angoli delle strade… Veniamo a scoprire che è il First Friday, il primo venerdì del mese, nel quale tutta la popolazione della contea si riversa in città a far festa… Siamo subito contagiati da questa atmosfera finalmente “mondana”, a noi un po’ più “familiare” rispetto a quella “into the wild” tipica di questa zona “di frontiera”… Ci infiliamo in un bar che ci ispira in modo particolare e beviamo un paio di birrette, socializzando con alcuni locals. Poi, distrutti dalla fatica ed ebbri di emozioni (e non solo), facciamo ritorno al nostro amato B&B… Il giorno seguente “we roll out of the bed” e ci trasciniamo letteralmente ai tavoli della colazione. Il vento è imperiale anche oggi... Ancora gonfi delle emozioni del giorno prima, decidiamo di andare subito a Doug’s Beach, confidando in condizioni più umane… La 3.3 è grandina anche oggi, ma almeno un po’ più gestibile del giorno precedente. Almeno per Willy, perché per me si tratta di nuovo di pura sopravvivenza. Il bordo in uscita, mure a dritta, è un rodeo persino con la mia Angulo 65 litri e sinceramente non ho il coraggio di chiudere la vela quando raggiungo la cima di onde che oggi arrivano tranquillamente ai tre metri (e siamo su un fiume!!!!!). Me la cavo un pochino meglio nel bordo di rientro, dove riesco a piazzare un paio di salti “Gorge style” che rimarranno per sempre impressi nella mia memoria… Willy invece si trova un po’ più a suo agio e si concede pure qualche accenno di surfata oltre ad high jump veramente considerevoli… Ogni tanto usciamo a prendere fiato. I locals, che ormai ci conoscono e ci salutano sempre, quando vedono le nostre facce sull’allucinato andante ci dicono: "Hey guys, welcome to the Gorge...". Notiamo la presenza di una nutrita compagine femminile. In percentuale la stimiamo in circa il 25% del totale dei presenti, forse anche di più. Arrivano con le loro macchinine o al seguito del proprio compagno, si portano la loro attrezzatura in spiaggia, armano ed entrano tranquillamente in acqua, anche in queste condizioni: che spettacolo!..

art_action_01.jpgart_action_02.jpgart_action_03 w.jpgart_action_04.jpgart_action_05 wil1.jpgart_action_06 wil.jpgart_action_07 zio.jpgart_action_08 zio.jpgart_action_09.jpgDopo questa replica mattutina a Doug’s, ci resta un solo spot probante ancora da affrontare: The Wall! Nel pomeriggio quindi, ci dirigiamo nella località che è considerata la Ho'okipa del Gorge... Quando arriviamo, il vento è molto teso, ma in acqua c’è poca gente. Le condizioni di onda non sono come quelle di Doug's beach. Un local ci spiega che, affinché si possano generare le condizioni ottimali, il vento dove entrare da SW, mentre oggi è tendenzialmente WNW… La guida in relazione a questo spot, recita: solo per surfisti esperti, usuali al vento nucleare ed agli swells (siamo noi); prestare attenzione alle reti dei pescatori, alla forte corrente ed ai serpenti a sonagli!!?!?!... Le reti le abbiamo evitate, serpenti per fortuna non ne abbiamo visti, ma la corrente era davvero impressionante! Ogni volta che cadevamo, venivamo trascinati come se fossimo in un toboga di Gardaland... Dopodiché ci toccava fare dei lasconi a 3.000 all'ora per ritornare al punto di partenza... Personalmente mi diverto un po' di più del mattino perché, almeno a tratti, riesco a fare qualche surfata e diversi bei salti... Seguendo il consiglio dei presenti, abbiamo armato le 3.7, ma decisamente la 3.3 sarebbe stata più indicata. Un po’ tardi, ma abbiamo capito la lezione: sul Gorge si deve uscire con vele di mezzo metro più piccole rispetto a quelle che vengono indicate dai locals, più avvezzi alle condizioni estreme di questi posti e soprattutto abituati a uscire con tavole dal volume decisamente inferiore a quelli che si vedono prevalentemente in giro oggi nei nostri spot… In ogni caso siamo usciti al "Muro" e questo potremo raccontarlo con orgoglio... 

18art_zio a the wall.jpg19art_back loop a maryhill.jpg Durante il tragitto di rientro a Hood River, Willy ed io crolliamo sfiniti in un sonno ristoratore sui sedili del nostro minivan, mentre il Manfry ci guida sicuro verso casa. L’ormai classico cheesburger alla Full Sail ci restituisce un po’ di vigore. Questa sera c’è il “Prince party” e non vogliamo mancare l’evento!... Arriviamo puntuali al locale indicato ed entriamo. Cominciamo ad agitarci un po’ quando vediamo attorno a noi tutta gente vestita di viola… Alcuni portano parrucche nere boccolose e indossano abiti un po’ retrò… Al che ci si accende la lampadina: non si tratta della festa principe della città ma di un raduno di fan del celebre folletto di Minneapolis… E difatti, di lì a poco, una cover band inizia a intonare le sue canzoni, con la naturale apoteosi all’attacco di Purple Rain… Insomma, sempre meglio dell’usuale deserto serale, ma di certo le “nostre” serate sono un’altra cosa… Ma va bene anche così: siamo distrutti e così come al mattino eravamo rotolati giù dai letti, così ora li raggiungiamo praticamente strisciando… Domenica, il nostro ultimo giorno… Avremmo bisogno di un po’ di riposo, ma è la nostra occasione finale … Dopo un lungo peregrinare tra i vari spot, decidiamo di tornare nella “nostra” Doug’s Beach.

20art_dougs entrance.jpgQuando arriviamo, le vele armate sono le 5/5.3. Memori delle esperienze dei giorni precedenti tiriamo fuori le 4.7. Le condizioni non sono certo quelle del giorno precedente, ma ogni tanto si forma comunque qualche bella rampa. Io abbozzo qualche surfata, ma le braccia non reggono molto e così mi limito a bordeggiare, saltare e strambare… La spia della riserva è accesa da un bel po’ quando Willy ed io salutiamo il Gorge con un ultimo bordo, testa a testa, alla velocità della luce… Mentre riponiamo per l’ultima volta le nostre attrezzature in auto, vediamo passare un vecchietto dall’età apparente prossima agli 80(!!!) che, con incedere lento e vagamente zoppicante, boma, albero e vela sotto braccio, si avvia ad armare. Sorridiamo quasi increduli (peccato non aver avuto la macchina fotografica sotto mano). Ma anche questo è il Gorge… La nostra avventura finisce qui. C’è chi ha coronato il proprio sogno, chi ha vissuto l’entusiasmo di una sorpresa inaspettata e chi si è visto aprire davanti nuovi orizzonti… Per tutti è stata una bella scuola, di surf e di lifestyle... Torniamo a casa con un po' di montante malinconia e con il desiderio di essere un giorno di nuovo qui... “Have fun!”…